Massimiliano Kolbe, questo sconosciuto

Il martire di Auschwitz un santo per i giovani

 

Mi trovavo in Sud America ormai più 10 anni fa quando mi capitò,  quasi per caso, di leggere una biografia di Massimiliano Maria Kolbe, il sacerdote polacco ucciso nel campo di concentramento di Auschwitz il 14 agosto del 1941. Il frate – che andò spontaneamente incontro a quella orribile tortura – fu abbandonato dai nazisti nel “bunker della morte” e lasciato morire di fame e di sete dopo lunghi giorni di agonia. Ne rimasi affascinato, fu per me una grande sorpresa scoprire la storia di quel sacerdote santo, pieno di fervore apostolico e spirito missionario, capace di dedicare tutta la propria vita a Dio fin dalla prima giovinezza e a concluderla con un dono totale per amore a Dio e agli uomini (nel bunker prese il posto di un padre di famiglia scelto dai nazisti per una rappresaglia. Quell’uomo, molti anni dopo, presenziò la canonizzazione di quel folle prete che gli salvò la vita).

Succede con Kolbe ciò che capita con tanti personaggi storici e anche con molti santi di cui non si ricorda che una sola opera, una sola frase o una sola impresa. Questo fa si che tutto il resto – la gioventù, la famiglia, la formazione, le scelte, le relazioni con gli altri, i progetti, le difficoltà e le gioie di tutta la vita – resti per lo più sconosciuto al grande pubblico che si accontenta di ricordare solamente ciò che è divulgato come la caratteristica principale di quel personaggio. Un’ingiustizia della storia e della memoria di cui è complice il tempo, ma anche noi stessi se ci accontentiamo delle poche informazioni trasmesse e dei soliti cliché  senza prenderci del tempo per informarci conoscere le storie di questi personaggi.

Per questo di san Giuseppe da Copertino sappiamo che superava con fatica gli esami e ogni tanto levitava, di san Tommaso d’Aquino che scrisse la Summa Teologica e di Agostino che scrisse le Confessioni, di Giuseppe Moscati che era medico; di Giovanna d’Arco che andava a cavallo davanti ai soldati, di Bakhitache era schiava e di Faustina Kowalska che scrisse un Diario. Ma cos’altro fecero questi santi durante la loro vita oltre a queste cose che tutti sappiamo?

Così accade anche con un altro grande santo che risponde al nome di Thomas More. Ricordato solo ed esclusivamente per due motivi: per aver scritto quel breve libretto intitolato “Utopia” e per il suo tragico epilogo che lo portò dalla più alta carica del Regno all’accusa di Alto Tradimento e alla ghigliottina per aver negato il suo sostegno al re Enrico VIII sulla questione del divorzio e della Supremazia sulla Chiesa di Roma (queste le ignobili origini dell’Anglicanesimo). Del santo martire inglese ci sarebbero tante altre cose da conoscere, un’intera vita – intensa e appassionata – in qualche modo offuscata da un fortunato libretto e da una morte tragica (E’ anche per riscoprire la vera storia di questo grande uomo inglese che conto di pubblicare quest’anno un libro su di lui. Non appena finirò di correggere la bozza, sarà pronto per la pubblicazione).

Così oggi san Massimiliano Kolbe è ricordato e conosciuto come il “martire di Auschwitz“, ma pochi lo ricorderanno come il “Cavaliere dell’Immacolata” o come “Apostolo della buona stampa” (fonda una rivista cattolica con tiratura di un milione di copie, un’emittente radio e una casa editrice in tempi insospettabili); pochi sanno che vestì il saio francescano assieme a suo fratello; pochi conoscono il suo folle amore per la Vergine Maria e il suo apostolato del Rosario e della Medaglia Miracolosa (legato all’apparizione romana ad Alfonso Ratisbonne); a molti è sconosciuta l’apparizione mariana con l’offerta delle due corone (purezza e martirio) avuta ancora prima di entrare in convento; pochi lo ricordano come infaticabile missionario in Giappone, fondatore della Milizia dell’Immacolata (per combattere la Massoneria) e di Niepokalan (la “Città dell’Immacolata”). Pochi sanno della sua salute precaria, della sua virtù dell’obbedienza, del suo spiccato ottimismo di fronte alle avversità… Infine pochi romani sanno che studiò a Roma (alla Gregoriana), a Roma venne ordinato sacerdote (a Sant’Andrea della Valle) e a Roma celebrò la sua Prima Messa (a Sant’Andrea delle Fratte, dove una targa sull’altare dell’apparizione a Ratisbonne ricorda quel memorabile giorno). Molte di queste cose si intuiscono dall’iconografia (sotto una serie di immagini) che lo ritrae vestito da prigioniero, ma anche col rosario in mano, con delle corone, con la Medaglia Miracolosa, in preghiera di fronte alla Madonna o con delle riviste in mano… Chi conosce la sua storia capisce tutti questi dettagli.

Molti, moltissimi i “fioretti” che raccontano episodi della vita di questo uomo santo. Era tale il suo amore per la missione, ad esempio, che quando era in Giappone interrompeva il suo enorme lavoro per dedicarsi allo studio della lingua giapponese, perché – diceva – non voleva “sottrarre tempo ai pagani”. Così in una sua lettera:

Ho tanto lavoro (…) anche in questo momento sto rubando tempo destinato allo studio della lingua giapponese (…). Termino per non sottrarre il tempo ai pagani…

Un santo famosissimo ma allo stesso tempo sconosciuto che meriterebbe tutta la nostra attenzione, non perché abbia in qualche modo bisogno di riscatto nei confronti dei manuali di storia della Chiesa o per qualche senso di giustizia (motivi che pure varrebbero la lettura di una sua biografia), ma perché in questi nostri tempi in cui l’aumentare del benessere va di pari passo con lo svilimento e la perdita della fede, il suo fervore e il suo zelo apostolico può aiutarci a risollevare la testa e riprendere coraggio nonostante sentiamo il peso di una fede superficiale, stanca e fiacca in una società che ha rifiutato Dio.

Un santo da proporre ai nostri giovani, in questo tempo in qui nella Chiesa si parla molto di loro, per offrire un ideale alto, un modello di santità e di radicalità evangelica da imitare, al di là delle semplici e banali ricette per la ricerca di una felicità tutta terrena e di una convivenza pacifica tra i popoli. Perché se ci limiteremo a ripetere ai giovani i soliti proverbi e i ritornelli del volerci tutti bene, di essere buoni e di sognare in grande, non staremo rispondendo pienamente alla missione di trasmettere la fede alla generazione che viene e a indirizzarla sul cammino della vera felicità. Se non torneremo a parlare ai ragazzi di cose grandi come la bellezza del sacrificio e delle scelte coraggiose, della rinuncia al mondo, della buona battaglia della fede, se smetteremo di parlare del peccato, del demonio, della grazia della vita eterna e della salvezza delle anime (tutte cose di cui oggi si parla pochissimo!), se non inviteremo i giovani ad avere una fede radicale, a confidare sempre nella provvidenza di Dio, ad amare ed imitare Cristo, a convertirsi a Lui fino a seguirlo sulla Croce e a donare la propria vita a Lui per la salvezza delle anime… se non faremo questo, vorrà dire che stiamo sbagliando strada.

Forse ci stiamo già smarrendo, ma siamo ancora in tempo per alzare lo sguardo e ricominciare a far innamorare i giovani di Cristo. Come fece Massimiliano che, da innamorato di Gesù e della Vergine Immacolata, infiammò il mondo col suo ardore fino alla fine dei suoi giorni.

Massimiliano non morì, ma “diede la vita… per il fratello”. V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore. E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore. Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.

Giovanni Paolo II